L’architettura in dialogo con la città: il progetto Savona visto attraverso l’obiettivo
Fotografo e narratore della trasformazione urbana, Filippo Romano ha costruito nel tempo un linguaggio capace di intrecciare architettura, persone e città. Nel suo lavoro la fotografia non è semplice documentazione, ma diventa racconto: un modo per restituire la vita dei luoghi, dal cantiere alle prime presenze umane che li abitano.
Abbiamo approfondito con Filippo il suo percorso professionale e la collaborazione con CCL, che lo ha portato a realizzare diversi progetti, tra cui quello di via Savona. Attraverso il suo sguardo, emergono i legami tra architettura e tessuto urbano, il valore collettivo della cooperazione e la dimensione umana del costruire.
Romano riflette anche sul tema della rigenerazione urbana, osservando come città come Milano stiano cambiando rapidamente, tra nuove opportunità e il rischio di una crescente gentrificazione. Il suo lavoro diventa così un archivio visivo e narrativo della città contemporanea: un modo per leggere, attraverso le immagini, le trasformazioni sociali e materiali che la attraversano.
Partiamo dal tuo percorso: ci racconti come sei arrivato alla conclusione del progetto e qual è il tuo punto di vista personale?
Savona è un frammento preciso di città, con una propria identità forte. Anche se non esiste un legame diretto, per me c’è una continuità con quel tessuto urbano e sociale. Sono stato coinvolto dalla Presidente dell’associazione Noicoop, con cui avevo già collaborato per progetti dedicati alle periferie milanesi: lei curava la parte di ricerca, io quella fotografica. Era un dialogo continuo sull’osservazione della città, e quel tipo di sguardo ha voluto portarlo anche dentro questa narrazione.
Uno degli aspetti più interessanti di questo progetto è stato poter ritrarre le persone che avevano lavorato al cantiere. Non mi era mai capitato di farlo in modo così sistematico. È come se, partendo da una fotografia di architettura, si arrivasse a restituire un volto umano all’edificio. Quando possibile, ho fotografato anche alcune famiglie di futuri abitanti. Mi sarebbe piaciuto spingermi ancora di più in quella direzione, raccontare l’edificio dallo scavo fino al momento in cui qualcuno lo abita, lo vive davvero. A quel punto non sarebbe più solo fotografia di architettura, ma un racconto completo.
Guardando ai tuoi progetti, spesso molto diversi e importanti, diresti che per Savona hai adottato un approccio fotografico differente?
Mi ha colpito soprattutto l’origine del progetto: nasce da una cooperativa, quindi da una forma diversa di relazione e partecipazione. È un tipo di architettura a una scala diversa rispetto alle grandi opere a cui sono abituato, ma non per questo meno importante. Anzi, la città, Milano in particolare, è fatta per tre quarti da edifici come quelli di via Savona. Per me la forza di questo progetto sta proprio qui: nel raccontare un edificio residenziale, che rappresenta la vera struttura portante del tessuto urbano. Se vuoi raccontare la città, non puoi ignorare questo tipo di edilizia. Quando lavoro su un progetto, cerco sempre di interpretare la “grammatica” dell’architetto, le sue intuizioni nello spazio, il rapporto con la committenza, le scelte formali, ma al tempo stesso cerco di restituire un documento sulla vita della città. Savona è un documento vivo, destinato a durare nel tempo.
Da fotografo che osserva la città, come vivi il tema della rigenerazione urbana, in particolare in una città come Milano?
La città è cambiata moltissimo, non nascondo una certa preoccupazione. Questa trasformazione porta con sé un aumento del costo della vita, soprattutto per quanto riguarda gli immobili. È un processo di gentrificazione ormai inarrestabile, un vero fiume in piena. Non si può fermare, ma non posso nemmeno non osservarlo, perché fa parte del racconto che la città restituisce oggi.
Com’è nato e si è sviluppato il tuo rapporto con CCL?
L’idea iniziale era costruire un racconto diverso sulle opere architettoniche realizzate dalla cooperativa. Dal mio punto di vista, l’obiettivo era dare un volto più umano e meno “freddo” a queste costruzioni. Durante questo viaggio nella città ho scoperto quartieri e zone che non conoscevo, e mi ha colpito la qualità architettonica di molti interventi, sempre molto legata al contesto in cui nascono.
Alcuni progetti, come Zoia, cambiano davvero il volto del quartiere, introducono un’idea di spazio condiviso, di apertura verso la città. Credo che questo sia l’aspetto più importante del lavoro che abbiamo fatto insieme, restituire l’idea di un’architettura che dialoga con ciò che la circonda, che appartiene alla vita della città.
















